L’espressione delle emozioni

emozioni psicologo ferrara

Nel 1984 gli psicologi Fehr e Russel, in un articolo sullo studio delle emozioni, scrivono: “Tutti sanno cos’è un’emozione, finché non gli viene chiesto di darne una definizione. Allora pare che nessuno lo sappia“.
Molto spesso quando facciamo riferimento alle emozioni, ci riferiamo ad un concetto più legato all’affettività, intesa come un insieme di esperienze psichiche influenzate da 3 componenti soggettive: i sentimenti, le emozioni e l’umore.
Spesso utilizziamo tutti questi termini come sinonimi. Ma così non è.
I sentimenti sono componenti affettive che consentono al soggetto di esprimere il suo modo di sentire e vivere la realtà corporea, i suoi processi psicologici e la sua socialità. L’umore è uno stato emotivo generalizzato, persistente e soggettivamente vissuto. Esprime sia il temperamento abituale sia quello temporaneo risultante dalla somma di tutti i fenomeni affettivi.
Infine, l’emozioni: stato affettivo quasi sempre reattivo, molto intenso, a insorgenza acuta e di rapido esaurimento. Oltre che sul piano psichico, l’emozione si esprime sul versante neurovegetativo (risposta fisiologica).

Ma che cos’è un’emozione?

Ancora oggi, nonostante i numerosissimi studi a riguardo, è possibile avere solo una risposta frammentata a questa domanda.
Ciò che si ha a disposizione sono una serie di modelli che descrivono l’emozione come un processo di elaborazione di informazioni.
L’emozione nasce da un evento scatenante. Tale evento non deve essere necessariamente “esterno” a noi, ma può derivare anche dal nostro mondo interiore (come per esempio un ricordo, un ragionamento, il rimuginìo, etc.). La pianificazione, la regolazione e l’esecuzione di una reazione emotiva a tale evento sono date dall’intervento di un insieme di sistemi biologici, cognitivi, comportamentali e motivazionali. Sistemi che lavorano simultaneamente, sovrapponendosi e influenzandosi reciprocamente, nonché regolati da norme socio-culturali (Boca, 1998).

Quali sono le emozioni?

Gli studi transculturali dello psicologo Paul Ekman confermano la teoria evoluzionistica sulla universalità delle emozioni primarie. Cosa significa? Già attorno agli anni ’50, Ekman e i suoi collaboratori hanno svolto numerose ricerche sule emozioni, in particolare relative al riconoscimento delle espressioni facciali. Ekman è il padre di quella che viene chiamata “teoria neuroculturale”: confermando gli assunti darwiniani secondo i quali le espressioni emotive universali sono generate da schemi neurobiologici ereditati, Ekman sostiene che esistano espressioni e mimiche facciali, derivanti da certe emozioni, che vengono universalmente riconosciute. Il modo in cui vengono espresse le emozioni è invece culturalmente appreso e quindi dipende dal contesto sociale (Ekman, 1957).

Ekman, in un suo studio, ha mostrato fotografie contenenti espressioni facciali differenti, a persone appartenenti a cinque diverse culture. Ad ogni partecipante veniva chiesto di indicare di che tipo di emozione si trattava. Ciò che è emerso è proprio l’universalità di quelle che sono chiamate emozioni primarie, cioè il riconoscimento di queste emozioni in ogni cultura e in ogni parte del mondo.

Quali sono le emozioni primarie?

Felicità, rabbia, paura, disgusto, tristezza, sorpresa.
Successivamente la lista si ampliò, inserendo quelle che sono definite emozioni secondarie: vergogna, disprezzo, contentezza, divertimento, eccitazione, imbarazzo, colpa, orgoglio, soddisfazione, sollievo, piacere sensoriale.

Perché sono importanti le emozioni?

Le emozioni e tutto l’universo emotivo che abbraccia la nostra vita è importante per imparare a conoscere se stessi ed a relazionarsi con gli altri ed è importante per la propria crescita personale, anche in termini di empatia.
Le emozioni sopraggiungono quando è in gioco qualcosa che ci coinvolge in modo significativo, quando entra in gioco qualcosa di importante per noi. A volte, come sostenuto da LeDoux (1985) sorgono automaticamente in risposta ad eventi emotigeni particolari, come per esempio quando scappiamo spaventati di fronte alla vista di una vipera.
Altre volte invece le emozioni arrivano in risposta ad un’analisi meno automatica, per esempio pensiamo a come ci fa sentire arrabbiati se sentiamo che qualcuno parla male di noi alle nostre spalle (Frijda, 1986). In ogni caso, come detto precedentemente, le emozioni sono il risultato di un “flusso combinato” fatto di meccanismi fisiologici, esperienziali, cognitivi e comportamentali. Tale flusso influenza il modo in cui rispondiamo alle sfide o alle opportunità che ci capitano nella vita.
Se vogliamo, le emozioni hanno anche un ruolo adattivo. Come affermato da Lazarus (1991), esse rappresentano la “saggezza dei secoli”, cioè ci permettono di rispondere in maniera “protettiva” a stimoli pericolosi.
Ad esempio il disgusto ci permette di evitare di mangiare cibo scaduto, la tristezza ci “impone” di rallentare e di entrare in contatto con il proprio sé, etc.
Queste risposte protettive, collaudate nel tempo, può succedere che non siano più così affidabili. Basti pensare come alle volte pur avendo paura, affrontiamo quella data situazione (anziché scappare). Il modo in cui regoliamo le nostre emozioni di fronte agli eventi è fondamentale, si può affermare che il nostro benessere sia indissolubilmente legato alle nostre emozioni. Se da una parte le nostre risposte emotive spesso sono in linea con i vari eventi di vita che ci capitano, può succedere che altri eventi di vita o situazioni particolari portino a risposte emotive “fuorvianti” che, se protratte nel tempo, possono fare più male che bene.
Diventa fondamentale quindi ascoltarsi e riconoscere le proprie emozioni e come esse influenzano i vari momenti della nostra vita. Dovessero diventare disarmoniche, si può così intervenire tempestivamente in modo da ri-regolarizzarle.

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