Facciamo i conti con la nostra paura

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In queste settimane, ormai ogni giorno, nel mio studio tra un “Come sta? Com’è andata la settimana? Etc.” si intromette quasi di prepotenza il discorso legato alla pandemia COVID-19 e a questa seconda ondata. E non solo per ciò che riguarda gli aspetti legati al virus in sé, ma anche (e soprattutto) per ciò che riguarda l’impatto psicosociale di tutto ciò che accompagna la pandemia.

Lo abbiamo detto e ridetto e ogni volta ci fa sempre paura e crea un effetto di smarrimento: stiamo attraversando un periodo storico di crisi globale che ha proiettato l’intera umanità, in un’era caratterizzata da sentimenti di impotenza e perdita di controllo.
Ancora non si conoscono le conseguenze a lungo termine sulla salute mentale, sebbene sia sempre più evidente l’incremento delle problematiche legate soprattutto allo sviluppo di ansia e paura e alla manifestazione di preoccupazioni diffuse relative al timore di ammalarsi fisicamente con COVID-19 e alle implicazioni pratiche dell’isolamento sociale e del lockdown, comprese le conseguenti difficoltà finanziarie.

In un interessante articolo pubblicato sulla rivista “The Lancet. Psychiatry” da Holmes e coll., sono state indagate le conseguenze psicologiche della pandemia.

Gli autori hanno rilevato come l’isolamento e l’allontanamento fisico e sociale abbiano portato all’acutizzazione di problemi di salute mentale preesistenti e ad un incremento significativo delle richieste di aiuto agli specialisti della salute mentale soprattutto per ciò che riguarda: sintomi di ansia e stress, paura, rabbia e sintomi depressivi, in particolare con l’incremento del numero di suicidi. La quarantena e le misure di distanziamento fisico e sociale, indispensabili per ridurre la diffusione del virus, diventano però esse stesse fattori di rischio per la manifestazione di problematiche psicologiche, in particolare: sintomi ansiosi e depressivi con associati comportamenti disfunzionali come il suicidio, l’autolesionismo, l’abuso di sostanze o di alcol e l’abuso domestico. A questi si possono aggiungere rischi psicosociali che possono colpire soprattutto le fasce di popolazione più deboli (minori, anziani): disoccupazione e stress finanziario, autoisolamento e solitudine, perdita di interessi e motivazione, aumento delle sensazioni di “essere in trappola e senza via d’uscita”, sentirsi un peso e comportamenti di odio in rete e cyberbullismo.

Tutto questo spaventa.

Il COVID-19 fa paura. Abbiamo paura dell’incertezza, del “non controllo”, dei rischi e dei danni che questo virus può portare; danni a se stessi o agli altri. E la paura può alimentare l’ansia e la depressione e può influenzare i nostri comportamenti quotidiani e i nostri processi decisionali e ritrovarci a fare, per esempio, acquisti impulsivi “di accaparramento, sviluppare episodi di intolleranza ed emarginazione, etc.

Cosa fare allora?

Il primo passo è quello di osservarsi ed ascoltarsi; monitorare, cioè, l’umore, il sonno, sintomi di stress o malessere psicologico e la paura.
La paura è una delle emozioni fondamentali degli esseri viventi perché “protegge” mettendoci in guardia da ciò che è pericoloso.
Il problema subentra quando la paura diventa eccessiva al punto da “bloccarci” e da far “cristallizzare” i nostri pensieri esclusivamente su ciò che ci spaventa, amplificandolo e catastrofizzandolo.
La paura quando eccessiva può portare all’ansia e a sintomi depressivi ed è a questo punto che è utile intervenire, proprio per diventare consapevoli del legame tra le emozioni di disagio e i propri pensieri.

Gli interventi psicoterapeutici sono utili per:
migliorare la resilienza psicologica, cioè la capacità di fronteggiare le avversità o i problemi,
ridurre e gestire l’ansia che deriva dalla percezione di perdita di controllo;
individuare e fornire strategie utili per modificare stili di pensiero, schemi mentali e stili comportamentali e relazionali legati ai sintomi depressivi;
individuare e fornire strategie utili per ridurre l’isolamento sociale e la solitudine, ottimizzando le risorse sociali positive e promuovendo il senso di appartenenza.

Foto di Cottonbro da Pexels